sabato 21 novembre 2009

delirineloradelleombre

ho ritrovato un racconto scritto nel corso di una notte delirante, luogo oscuro e silente in cui rividi un'avvenimento importante -la morte di mia madre- tra veglia e sonno e non sapendo più a cosa ancorami mi misi a battere lettere parole e frasi che sempre umilmente tentano di descrivere immagini graficamente imprendibili. è passato il tempo necessario ad allontanare da me quel momento. in quella sequenza di lettere non vedo più nulla. o quasi. ho preferito non usare la moderata interpunzione della "virgola" considerandola vezzo del pensiero dello scrivente che ti vuol far percepire la pausa di senso. al delirio di ciò nulla fotte.


È febbre. È notte. L’uomo di creta si sente più vicino alla pietra che scalda l’inferno. È un inferno solingo cintato la pietra incastonata nel primo sogno fatto in un tempo non qui.
è piccola e taglia è pesante come mille lune in un sacco di tela…
padre la vedi?
Son nel tuo letto c’è il sole io posso dormire…
Ma è qui l’uomo di creta di adesso. Incompiuto?

Buongiorno mio re…

Con gli occhi sbarrati per guardarsi da tutte le parti ma non nel fondo del pozzo dentro verso la pietra e sul ghiaccio si scivola e l’anima vaga un muro un quadro…

un quadro che piange… buongiorno mio…

i suoi anni vissuti impilati sul tavolo libri preziosi mai letti. sputa sulla copertina e strofina le mani son morbide le dita si spezzano.

Buongiorno mio principe…

un colpo di tosse di là fuori dalla prigione. Un bimbo non lui è giunto felice è salvo…

corri scappa la pietra è fottuta giù in me…

Un libro che cade volumi che tremano. Sagome attorno al letto non dicono sanno non muovono piangono… non…
Il libro… pomeriggio di un luglio un giorno preciso nel caos delle pagine macchiate di lacrime non qui ma sue l’anniversario di nascita di lei uno dei tanti uno dei pochi lei che porta un bimbo che giunge felice… non ora ma qui la pancia che batte tamburi non qui di là

ci sta nessuno? Si può entrare si può uscire?

È il primo meriggio i demoni girano in vespa. Telefono. –dimmi?- l’uomo non scritto. La madre di lui. –portami quell’affare per misurare la pressione che t’ha dato tua sorella… ce l’hai tu?- l’uomo dai fili d’erba in bocca. I demoni passano col rosso del tuo sangue. –si, non so, non qui, ti serve subito-. La madre del l’uomo col volto pieno di erba e di sassi. – ma no… sai non so… forse ho rimesso un po’… non so più tardi se hai tempo…-
ma sopra di lei il tempo dov’è…

l’uomo di creta con erba sangue e sassi. –arrivo, fra un po’

ma sopra di lei il tempo dov’è

sei sicura vada tutto bene, si? Altrimenti arrivo subito… no? Sicura? La nipote è lì? Brava, bene. A più tardi-. La creta dell’uomo si sfalda si scioglie i sassi negli occhi l’erba fra i denti. L’uomo è sordo si perde la sua creta è sorda si vince i suoi sassi son denti che ballano in bocca il sangue dov’è? Due ore un ora il silenzio non conosce tempo.

La madre sua ha sempre parlato lingue mute… oggi perché la creta assorbe un tanfo di nulla un tonfo, la culla nei libri lontani…

ora è là che t’aspetta il sangue ti parla il sangue versato. Due ore un ora… telefono. Parole scritte. Bocche piagate. Ossa che suonan tamburi. Le parole dicono le parole non tacciono. La nipote, è brava, ha chiamato alle ore… due ore un ora.. che cazzo le gambe non sente la sua voce

ma sopra di lei il tempo dov’è…

l’uomo con le scarpe di piombo. –nipote, brava, che c’è? Ospedale?

Il sangue che esce di bocca il cuore che scappa di mano…

ma come? Chi c’è? Tua mamma?

Sorella accolga il cuore scappato di mano…

la sorella dell’uomo con le mani di ferro e il cuore di legno. –resta lì, le stanno facendo degli esami… tutto tranquillo… ha una paura boia… ma… ma… non è niente ti chiamo io quando siamo in reparto… nel reparto definitivo-. L’uomo di creta si dice d’accordo l’erba nelle orecchie il sangue in bocca il piombo tra i denti i sassi nel cuore nei piedi. All’anagrafe. Le faccie vere. Le loro fotografie in mano. Si nasce si vive si muore in carta oleata due etti di vita un chilo di morte…

ma sopra di lei il tempo dov’è nel piombo di scarpe mangiate…

telefono. Le parole dicono. Sorella e il cuore di legno.

Sorella accolga i nostri cuori scappati di mano…

-il suo cuore…-

Sorella accolga il nostri cuori scappati di mano…

All’anagrafe. Le faccie vere. Le loro fotografie in mano. –il suo cuore ha…- l’uomo di creta non ha foto in mano. L’uomo di creta ha il cuore in mano che scappa. –il suo cuore ha cessato di battere…-

il cuore non cessa di battere ti fugge di mano…sorella…all’anagrafe le loro faccie in terra il suo cuore in mano… due ore un ora… silenzio… non batte
l’uomo non riesce ad afferrare il cuore quel piccolo cuore impaurito che scappa. Non suo. L’uomo col cuore di creta di sassi di erba le scarpe di sangue non dice

clangore di facce che battono di foto che scappano…

attende che torni la donna dalla pancia di rugiada. Sorride la pancia sorride la faccia. L’uomo dalle lacrime di rugiada – è…- sorride la pancia la faccia rugiada.
Ospedale. Muri verdi. Corridoi intestini nel ventre della macchina umana. Sorella. Fratello. Un corpo disteso che scappa per caso.

Padre nostro accolga i nostri cuori scappati di casa…

la foto la faccia di un uomo che sbatte nei corridoi intestini e porta quel letto quel corpo le ruote… -domani… l’anello… è vostra madre? Condogl…- il corpo le ruote. Una stanza. Uno zio. Un medico. Una sorella che va. Un medico. –siamo spiacenti è accaduto improvvisamente… un banalissimo esame… di routine… vuole… procedere con… si… l’autopsia.. se vuole è suo di diritto… autopsia…

autobahn moto con demoni grappoli di teschi che batton l’asfalto denti che graffiano lasciateci andare… ossa che piangono… lasciateci andare…

l’uomo di creta seccata. –no-. Corridoi intestini rigettano stracci di carne. L’uomo di creta è fuori nel sole che tace di luglio. Il figlio, il biondo di marmo infuocato arriva. Le braccia l’odore di legno di barca.

Figlio nostro accolga i nostri cuori strappati dal vento…

rugiada e lacrime le braccia sicure.

pianto unghie denti… si cambia solamente di posto… figlio nostro sorregga i nostri occhi che cieco brandisco…

a casa. Che fu anche la casa dell’uomo di creta crepata. S’aggira tra odori profondi di gioco non più. Barcolla muto di fuori sordo di dentro non canta attraversa e barcolla sui sassi scivola sull’erba vola sul piombo cade sul sangue. Non suo non più.

Madre pietra incastrata nel cuore che batte sul piombo…

sabato 21 febbraio 2009

oralità e immagine





Le parole scritte che seguono, sono parole che cercano di ritrarre, mostrandole, delle idee. Idee, intuizioni, suggerimenti, schizzi raccolti a Castiglion delle Stiviere durante i due seminari residenziali del Corso di Perfezionamento. Invitato a partecipare come docente dal professor Alessandro Bosi, mi sono ritrovato accolto in un ambiente ideale per la “colture delle idee”, un luogo dove ascoltare ed essere ascoltati. Prezioso. Raro. 

Dunque idee, ma si sa, le idee sono materia aerea e inafferrabile e se poi aggiungiamo che queste sono prodotte da un “sogno effimero”, tale è l’essere umano secondo colui che ci diede il fuoco, possiamo capire quanto sia problematico e complesso comunicare. Nonostante questo mi ci proverò


All’alba del suono

L’abilità fonatoria fu una grande conquista dell’uomo, che lo fece improvvisamente innalzare ad uno stato superiore dell’esistenza. Un privilegio evolutivo strappato a suon di morsi al mistero della vita, respirato nel fumoso orror vacui dell’ineffabilità emozionale che lo circondava; il «grande balzo in avanti», l’acquisizione, finalmente, della «lingua degli angeli». La Voce. Vi fu un giorno dove un nostro remotissimo antenato (una goccia d’acqua che in principio muove alla nascita del grande fiume) “inventò” la voce. Un solo attimo prima del grande evento fuori da lui era il deserto, il rumore silenzioso; un solo attimo prima il nostro uomo, capace di figurarsi una gamma immensa di variazioni sul tema animale e vegetale, ancora non riusciva a far “suonare” le emozioni che vagavano nel corpo cozzando contro suoi confini, non poteva raccontare il suo corpo nell’universo né l’universo nel suo corpo, non riusciva a raccogliere per condividere con gli altri le immagini che vagano tra il fuori e il dentro di sé: le emozioni travolgenti suscitate dal miracolo della nascità, da una nuova alba, da pioggia o fuoco. Lui che che va a caccia ancora non può portare a casa ai suoi figli le prede che ora più ambisce: i paesaggi, le esperienze, gli avi, le speranze; il nostro uomo ancora non sa narrarsi, può accogliere suoni con l’orecchio, con l’occhio immagini, per la pelle respirare aria, forme e calore, attraverso le narici inalare atmosfere, ma non riesce a far suonare un nome di tutto questo, del suo mondo. Dare il nome significa dare esistenza. Dare un nome significa dare un destino. 

Le idee, divinità impollinatrici, già allora s’aggiravano timide e guardinghe per il mondo, in cerca di menti degne sulle quali appoggiarsi, e una di queste, la più sfrontata, deposita sul nostro uomo un’intuizione: il respiro è simile alla brezza leggera dell’alba che scivolando sulle cose del mondo risuona, è da laggiù nel fondo dell’uomo che può nascere il suono dei suoi racconti; ma il suono come tutte le cose di questa terra, deve essere domato, plagiato, trasformato, occorre che una mano forte e delicata (il nostro uomo sa già incidere segni sulle pareti della sua casa) pieghi e delimiti l’immagine ancora prigioniera dell’ombra nei labirinti dell’udito. Ed ecco le sue corde vocali farsi dita, la sua gola divinire mano d’artista; e così plasmare, modellare, creare i suoni della sua coscienza: ed il grido si fa civiltà… 

In quel giorno senza tempo, in quello spazio senza luogo -mi piace pensare- sgorgò la prima goccia che andò a formare oceani di parole.


Il suono e il suo concreto

È nella fucina teatrale, più che in altri luoghi, dove la parola può essere lavorata di cesello affinché divenga forma, una forma pluridimensionale che si manifesti in “immagine”, è il teatro il luogo in cui la parola è alla costante ricerca della sua concretezza. Ad un primo esame il vocabolo “Teatro”, che ha origine dal greco guardare, sembrerebbe indicare un insieme di “gesti” del corpo che noi possiamo leggere e decifrare con l’ausilio di un “testo detto”, ma andando in profondità noi potremmo vedere un corpo che contiene ed esegue il suono delle parole che è il nucleo centrale attorno al quale tutto orbita, nel suono sta il fuoco generatore di tutte le immagini. Lo spettatore (dal latino osservare) ha bisogno di vedere nelle parole, vuole vedere le parole perché queste hanno un suono, quel suono che diviene limes condiviso che unisce spettacolo e spettatore in quel tempo magico dove la parola “è”. Una parola “è” quando esiste e si manifesta, e noi abbiamo necessità di essere coinvolti con il maggior numero di sensi possibile per credere in ciò che sta accadendo, più questa materialità dell’atto è percepita, maggiormente di questa ci fidiamo. Un guardare, quello del teatro, che ricorda il dilemma dell’iniziando Castaneda invitato dal suo maestro a smettere di guardare per finalmente vedere. 

…Ma sedendo e mirando, interminati Spazi al di là da quella...

Una parola che “è”, come ci ricorderebbe il saggio e razionale cavallo dell’isola degli Houyhnhnm, è reale, è concreta, è verità. Come “vera” è la plasticità della prosodia dei saggi dialetti, dove quella parola, con quella intonazione, non può che essere ciò che dice di essere. Un suono quello dei dialetti ch’è plasmabile in una miriade di sfumature cromatiche, ognuno con un preciso riferimento a immagini remote, che tanto ricordano quella musica che utilizza gli impercettibili quarti di tono. La parola “buona” è limo che depositandosi rende fertili le coscienze di chi sa ascoltare e vedere nelle immagini che contengono nelle loro fibre i miti, la storia, e le tradizioni, che fanno la cultura di un popolo. Le tradizioni sono conservate nel segno e nel suono e la loro trasmissione è affidata all’energia che scaturisce dall’unione dei due elementi, dove visibile e udibile divengono la stessa cosa. Il Sapere viene dalla pratica, dal costante esperire. La bocca per tessere trame di Sapere, deve aver prima assaggiato i sapori dei suoni che emetterà. Come la madre che per allattare il bambino deve nutrirsi per poter nutrire. Saperi e sapori ci fanno appartenere a questa terra in modo vivido e concreto. Silenzio e digiuno allontanano l’uomo dalla terra: in direzione del cielo o del baratro.



Linea poetica
Estrema semplicità degli spazi che contengono il racconto della storia, e massima concentrazione del potere evocativo di questa. Poche cose, essenziali, importanti: la presenza “dell’attore”, la sua voce che suggerisce atmosfere e da vita a personaggi; la sua musicalità, la coralità, il corpo, i suoi gesti; e la ricerca continua della forza espressiva e comunicativa che da queste basi primarie scaturisce. Del resto quasi nulla: scenografie, paratie, mille luci o suoni artificiosi e meccanici: il corpo e la voce nel gesto espressivo. 
Ritrovare la semplicità, l'essenzialità dell’espressione passando attraverso un’esperienza creativa diretta. Esperire il "possibile dell'evocabile" è la strada che indico nel corso dei seminari e delle azioni sceniche: creare la situazione dal nulla e con nulla, per giungere all'invenzione per mezzo di una semplice genialità. In teatro sono queste le cose che possono ancora sorprendere chi ascolta e guarda. Sorprendere, stupire, è risvegliare la coscienza intuitiva. Non servono mascheramenti o “protesi” sceniche, non è etico ingannare le coscienze. L’oralità è la splendida infanzia della nostra civiltà; ispiriamoci al bambino: basta osservarlo ed ascoltarlo nei momenti di gioco, quando un lieve cambio di postura, o di ritmo e colore nella voce mutano repentinamente la situazione di spazio e tempo della sua "storia". Nella sua azione straniante non vi sono incertezze: è tutto vero, è tutto magico.

In un momento storico come il nostro, dove le “visioni” offerte dai corpi estranei abbondano, si sente la necessità di costruire con i propri mezzi espressivi l’accesso all’immaginario. È proprio perché usufruiamo così tanto di un “immaginato” prefabbricato e confezionato –a volte certamente bellissimo e illuminoso, tal altre spinto sottovuoto, in un incavo che risucchia le menti di ignavi/ri popoli all’interno di un prodotto già ben oltre la sua data di scadenza- che non passa attraverso lo “spostamento” del nostro corpo nello spazio creativo, dobbiamo riappropriarci della “voce nel corpo”.

Linea tecnica
L’essenza del mio lavoro, nei ruoli d’attore e preparatore d’attore e in certo modo anche in quello d’autore, si basa su una capillare e profonda azione che definirei -con i limiti che il de-finire porta con sé- “riflessione attiva” sulla materialità del corpo e la spiritualità della sua essenza vitale, da questo contenuta e che al tempo stesso l’avvolge: il respiro. Una “riflessione attiva” che richiama all’agire del corpo nel modo più fluido per ravvivare emozioni e sentimenti reclusi nei sistemi osteo-muscolari, lasciando al pensiero razionale il suo ruolo naturale di “organizzatore”. Potremmo anche definirla un opera di “restaurazione”, poiché gli elementi “sensibili” del corpo sono in quest’epoca di “protesi tecnologico-meccanica” sono più frequentemente usati per “vivere” (e ciò è sacrosanto! Se non fosse che da qui facilmente si sfocia nel vivacchiare) piuttosto che per “esistere”. Ci stiamo allontanando definitivamente dal rito espressivo? Forse canto e danza espressi da un corpo sono destinati a scomparire come è scomparsa la coda dal nostro coccige? Non importa. Ciò che importa è che non mi va! E dunque rifletto e restauro. ***
La voce è corpo, è un corpo pronto all’azione, un corpo teso ma non contratto. La voce è energia che nella sua propulsione dinamica riesce a proiettare immagini dalle più svariate sfumature e colori. La voce, è pittura, è cinema nella sua forma eterea. Il cinema nasce muto perché è già parola? La pittura è racconto orale. Il pensiero è una forma di oralità muta e interiore. La parola è azione, ciack…

Nel mio “agire” il teatro dedico molto lavoro alle cromaticità della multifonia vocale, prediligendo della parola il suono, ascoltandone il canto che s’allarga ben oltre il concetto che la delimita a un significato, il suono va più in profondità solletica emozioni che si muovono da una memoria profonda e ancestrale. 
Nella mia recherche professionale ho esperito da differenti fonti diverse forme di “lavoro espressivo” dalla mia Maestra di “Scrittura Vocale” mi ha indirizzato verso un lavoro di “montaggio” del suono che partendo dal respiro e passando attraverso il segno (grafico) per arrivare alla forma trasmutata della immagine di originale, da un grande burattinaio ho capito che ogni forma “totemica” che noi pensiamo di animare a sua volta ci anima, perché ha una che è “sua” e che tu puoi tradurre attraverso la tua voce o ancora, da mio padre ho compreso che i colori dei dipinti hanno realmente un suono, e o ancora dalle arti marziali che ciò che è etico è anche estetico e quindi efficace… tutte queste esperienze esperite mi hanno “sorpreso”


conclusione
È tuttora abitudine, non sempre pertinente, della nostra cultura separare in diadi: voce e corpo non sono esenti da questa scissione che molto di sovente agisce falsando uno o l’altro rispetto alla propria vocazione naturale. Quante volte ci capita di vedere corpi che non dovrebbero emettere quella voce e voci che non dovrebbero appartenere a quel corpo… una campana di bronzo ha “quel” suono che appartiniere solo a questa …
È chiaro che la questione diadica andrebbe estesa alla enorme palude di scissone mente/corpo e non vorrei perdermi in luoghi oscuri e tormentati. Questo equivoco di fondo ha portato a (o è stato portato da) una visione “tipografica” della voce, laddove questa diviene mezzo per esprimere concetti che non hanno, non esistendo il corrispondente in natura, un suono che si rifaccia al vero, al tangibilmente, al “reale”. Il “tipografico” non basta a ex-premere delle immagini, c’è bisogno di una voce concepita come materia perché il meccanismo della visulizzazione si concretizzi nella nostra mente, è necessaria una oralità fatta di vissuto psicosomatico, che abbia un’identità, che esca da noi tridimensionale, che si appoggi saldamente a terra per farsi osservare e non essere un “verbo volante” che si dissolve prima di giungere a destinazione. Una voce leggera, certamente, ma come una freccia che si conficca nel cuore dell’altro e stabilisce un contatto con forza e calore.
Umberto Fabi

difetto di fabbrica

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