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Attore, regista, autore e docente, opero nel teatro sperimentando vari e differenti linguaggi, dal canto al burattino, nella ricerca di una attorialità specifica. Il teatro/musica è il luogo dove preferisco esperire. Lavoro prevalentemente sulla vocalità in relazione al corpo. Nella disciplina dell’aikishitaiso, pratica interna dell'aikido, intravedo la base sulla quale costruire una dinamica espressiva più efficace.

sabato 29 marzo 2014

addio mamma Italia, non più esule, accolta laddove non vi sono confini.

martedì 4 febbraio 2014

storia tragica istriana




Santa Margherita

Italia Libera Romana, questo è il nome di una mia "mamma" affidataria, termine qui usato non nel senso legale ma   nel senso pratico di  mamma di buona volontà alla quale affidare noi pischelletti in certe giornate dove l'impraticabilità di strada ci impediva di giocare al pallone o scorrazzare all'aperto. 

Italia la "mamma" volontaria è un esule polesana.  

All'età di  dodici o tredici anni  non studiavo il pomeriggio, allora culturalmente vivevo un poco di rendita grazie a mio padre, o forse già sapevo che avrei studiato per vocazione e professione per il resto della vita, quindi perché farlo a scuola? 

Non studiavo sui libri scolastici, a dire il vero un poco meschinelli, ma ascoltavo i racconti e raccoglievo i frammenti del magnifico caos poetico di quella umanità che si muoveva tra le selve cementizie di periferia. Raccolsi anche i frammenti di donna Italia. Cominciavo a intuire qualcosa della tragedia occorsa a quelli italiani, come mamma Italia, che parlavano quel dialetto simpatico così simile a quello usato da mio padre quando dialogava con i suoi fratelli. Italia è sempre stata buona ospitale e paziente con l'orda pisciona nostra, più di tutti gli altri genitori. E un giorno più vicino a ora che ad allora, probabilmente in uno di quei pensieri che arrivano chissà da dove alla velocità del temporale mentre stai guidando mi dissi: Italia aveva questo senso innato dell'ospitalità anche perché aveva perso la sua casa, Italia ha risposto al male con il bene la sua piccola terra ritrovata diveniva la terra per tutti.

Grazie Italia (la mamma) per questo insegnamento. 

E poi il mio primo figlio che per discendenze materne è per un quarto di stirpe fiumana... bisnonno napoletano trapiantato a Fiume bisnonna fiumana di origini ungheresi, nonna fiumana, nonno reggiano, madre reggiana... 

E poi Norma emblema tragicissimo del destino toccato in sorte a quegl'italiani dei confini d'oriente che, per scosse di assestamento della guerra, vennero sommersi da un ondata  di  tremendo impatto. Un'onda malvagia fatta d'odio etnico e fredde convenienze d'interesse internazionale, che fece scempio di vite e di terre. 
Norma che conosco attraverso libri dove la sua storia terribile giace silenziosa finché non la fai parlare...

e poi...

Anche per questi motivi mi misi a scrivere Storia tragica istriana. 

Qui a seguire il prologo del monologo dedicato.


storia 
tragica 
istriana 

amavo una ragazza di sedicianni appena
'traversa la foresta che stava per venire
e da quel punto ch’ella ‘rivò dal nascondiglio un uomo spuntò

la povera ragazza si mise in ginocchioni
lasciatemi andare che mamma mia è malata
se l’è malata la guarirà, voglio godere la mia libertà

la prese per la mano e lei la getta un grido
o taci bella taci ‘trimenti ti uccido
ma quel brigante d’un senza cuor prima di ucciderla le tolse l’onor.

È un remoto canto delle nostre terre all’epoca dei briganti. I briganti ci sono anche adesso, ma non nelle foreste che lì non ci passa più nessuno, e di foreste ce n’è poche. 
È un canto-epico-narrativo, è uno dei tanti modi di raccontare una storia tragica.

Raccontare una storia tragica è difficile. Se poi è accaduta davvero le cose si complicano. Non sai da dove partire, dove arrivare poi… non sai di preciso a cosa attaccarti. Di sicuro sai che devi staccarti, ti devi staccare dai fatti terribili altrimenti non vai avanti a scrivere. Ti metti a piangere. O prendi a pugni il tavolo. O lasci perdere e getti il foglio nel cestino.
Perché raccontare di un mondo strano, che è questo mondo, il nostro, rischi di perderti in selve oscure. Puoi comprendere che un lupo azzanni e mangi un agnello è nella natura. Non è strano, è così. Ma quando un uomo, più uomini si accccaniscono, si immmmbestialiscono contro un’altra loro simile per umiliarla strapparle l’anima e spaccarle il cuore per poi gettarlo via… si, tutto questo è estraneo, è fuori dalla natura. E questo è difficile da raccontare.




Ma raccontare è questione di vita o di morte. Non uccide solo la fame o la guerra ma anche il silenzio. I racconti sono il suono il respiro di un popolo. Senza i racconti un popolo non respira. Se un popolo non si racconta cessa di esistere. Un popolo nasce e impara a camminare appoggiandosi i suoi miti e le sue fiabe alle sue tragedie alle sue commedie. Un popolo ha ossatura forte se ha i suoi eroi i suoi santi i suoi martiri. Racconto quindi esisto. Patria è un arazzo intessuto stretto di racconti nella trama orizzontale e miti in quella verticale.

In tutti i casi, quando ti sei asciugato gli occhi, quando ti è passato il male alle nocche quando hai ripreso il foglio in mano; ti accorgi che devi raccontare anche per quelle voci che non possono più farlo.
E ti vien da dire:
 c’era una volta…

venerdì 31 agosto 2012




estratto dal testo di Opera al RossoBiancoVerde in CieloAzzurro. prima parte del racconto dedicato al santo di terra Francesco d'Assisi.




CescoCeschinoCescò è all’alba di un giorno che segue una notte oscurata da nubi dense di dolore CescoCeschinoCescò è nel suo corpo marcito che lo vuole sempre sveglio, il dolore ha bisogno della compagnia di chi soffre.


E CescoCeschinoCescò, che è giullare di Dio che è pazzo nel mondo canticchia nel cuore suo, laddove il dolore non puote entrare, il Cantico delle Creature un canto bello come la salute di un fanciullo d’estate quando ride.

CescoCeschinoCescò ha ricordo della biblica fiaba dei tre fanciulli:
                
C’era una volta un re, un re chiamato Nabucodonosor, che fece costruire una grande statua d’oro. Il re ordinò ai sudditi di adorarla. E così come pecore obbedienti tutti fecero. Ma Tre fanciulli puri d’animo si rifiutarono. Non è una statua che ci ha creati disse il primo, non è l’oro che ci sazia l’anima, disse il secondo, non è il re che ci accoglierà nel regno dei cieli, disse il terzo. il re Nabucodonosor venne a sapere da voci d’invidia velate, del rifiuto dei tre fanciulli. E li punì come solo un re malvagio può punire. I tre fanciulli vennero rinchiusi nella fornace ardente. Fu allora che l’Angelo del Signore scese dal suo azzurro cielo per entrare nella rossa fornace, dove scosse via il fuoco acceso e rese l’interno come se vi spirasse un rugiadoso venticello. I tre fanciulli elevarono un canto di benedizione al Signore. Questo canto aveva parole che esortavano il creato e tutti i suoi elementi a benedirlo a ringraziarlo e adorarlo. Era il canto più bello che orecchio umano ebbe a udire.
                
Fino a che non venne il diavolo e fece tutti sordi.

È sordo dolore quello che urla nelle viscere di CescuCeschinoCescò. CescoCeschinoCescò sta marcendo nel corpo, corpo ‘lemosina gettato al mondo, piaghe alle mani e ai piedi, CescuCeschinoCescò ha freddo -un freddo boia d’un mond leder, cal fa n’inveren ca ta zela anca l’alma...

CescuCeschinoCescò è molto malato da quando che andò su nel monte dove -si dice- che ci viene qualche volta il SignoreIddionostro. al SignoreIddionostro non ci piace la Bassa, la pianura, ci piacciono i monti, perché sono più uguali al cielo. E sui monti la gente ci va che vuole parlare col Signore e la fa tanta strada per chiedergli se esiste e lui gli dice:
                                 -Be’son qua e allora esisto no? Asen! L’ è da quando vi ho creati che vu ater a capes gninta! a viver tutti addoso l’un a l’altro a magnarse gli occhi per catar su na merda secca! Ma ste ‘tenti cristian che se me gira i bale ve mando zò una sdassata d’acua ca s’arnega anca e pes!

Ma quando le rivà CescuCeschinoCescò il SignoreIddionostro c’ha parlato d’altre e più alte cose e quando CescoCeschinoCescò è disceso dal monte dove che ha visto il SignoreIddionostro ha portato con sé i buchi nei piedi nelle mani e una ferita di lancia al costato. ma è felice CescuCeschinoCescò l’à vistu il pader, la parlato col figghiu e se mangiato l’espitritu santu. È adesso sa i segreti del SignoreIddionostro.

CescuCeschinoCescò è consumato e riposa al convento dei fratelli suoi. Un fratino novello che c’à portato sora nostra acqua la quale è molto utile et umile, chiede al più vecio fratone di raccontargli del malato CescuCeschinoCescò che l’è di là dall’altra stanza e che è il padre loro ma che lui il fratino zovine non ha conosciuto perché è da zovine -e che scusi fratone vecio contame de CescuCeschinoCescò-. E il fratone giù che ti conta:

 - CescuCeschinoCescò l’era e l’ è brut cme la fam! Bon come un tocu de pan. Le piciulo maghr e nigher L’à mola tuto per andr a drè a la madama povertà a far e brigar e non ciacolar come che i fa i preti ca se scalda in tele bele sotane. Non ciacolate ma fate et brigate. CescuCeschinoCescò ha sempre volsuto essere un principe e su padre el PietroBernardondellabernarda della sua santa mader, che di mestier al fava il mercante di stoffe pregiate vuolsesse che il suo figlio al ghe daghi imperituro lustro alla sua discendenza. E allora Pietro Bernardon riempie de denari CescuCeschinoCescò che faccia le feste così si mette in buona luce con i nobili della città e che faccia di qui e di là che -il Francesco deve salire la scala sociale e questo è il momento buono che noialtri mercanti la ciochiamo int dal braun a quei pirla dei nobili perchè quello che conta adesso sono le palanche e senza le palanche non sei nessuno, hai capito Francèsco!
e tutti i zovini vogliono andare alle feste di CescuCeschinoCescò che si mangia e si ride come da nessun’altra parte de l’Umbria. E al Bernardon dis: Francèsco tieni i soldi e comprati un armatura e un cavallo vai spaccar crape dei quei buon de gnenta dei saraceni e torna carico di gloria  figlio mio e quando torni, giù a far palanche a palate perchè sei mio figlio e Il Francesco deve fare un sacco di soldi nella vita! E CescoCeschinoCescò giù che parte per la guerra e ma a metà strada ha incontrato il SignoreIddionostro travestio da lebroso e c’ha parlato e chissà cosa si sono detti, ma ciacola e riciacola CescoCeschinoCescò le tornato indietro g’ha mollato tutto!

tutto il ben de cose e de denari, che così si deve fare sennò è troppo facile fare il santo con il padre ricco che ti quaccia il sedere! E Bernardon si incazza come un gallo quando capise cha ghe tairan le balette el dis al vescovo: il Francesco è uscito di pirla, che ci pensi lui signor Vescovo a far tornare il Francesco un uomo nornale, che il Francesco regala tutti i miei averi e le stoffe ai pezzenti, che ci pensi lui signor Vescovo...
          
ma il Vescovo abbraccia il CescoCeschinoCescò che nudo perché non vuole più nulla da Bernardon, e il CescoCeschinoCescò ci dice al Bernardon che il suo pader adesso l’è il Cristo. E così a inizio la storia del Santo CescoCeschinoCescò ma non sarà così perchè non vuolsi così colà dove si puote, e più non dimandare fratino ma vai e agisci. A far e brigar!
Sorelle nostre malattie danzano attorno a CescoCeschinoCescò.
          
 - Fratino fatti dare una cetra e suona che abbia un poco di solievo il mio frate corpo che è pieno di dolori.
 - Ma CescoCeschinoCescò gli altri che diranno...
 - Hai ragione, non importa fratino non pensiamoci più.
               
 La notte scenderà un angelo e suonerà la cetra per CescoCeschinoCescò.

lunedì 14 novembre 2011

piscina vuota

è una scrittura che giace in un angolo, anzi sotto il tappeto con la meschina polvere. è un testo impossibile. non avrà mai fine, forse, se non quella ingloriosa di tanta carta nel mondo. essere divorato dal fuoco è il modo più onorevole di chiudere l'esistenza per un testo. il più umiliante, ormai quasi totalmente in disuso, è far da raccoglitore di sbavature escrementizie. sebbene con le pagine web l'operazione risulterebbe d'ardua riuscita, sento Piscina Vuota molto in sintonia con l'arcaica usanza. ho deciso di pubblicarne alcuni frammenti. la scena è il fondo di una profonda piscina vuota d'acqua dove tre esseri umani, Uno Due e Tre, attendono la morte per scarnificazione. nel mentre blaterano...
   

Tre   Prima di amarla l’ho svitata. Dal piedistallo. L’ho traviata. Pensando tutti i giorni alla carne soda. Goda. Mi ha sussurrato. Su un prato. Ma le mosche cantano e noi non le capiamo. Si appoggiano alla nostra pelle e noi le si scaccia, quando non le si schiaccia. Una mosca vuole sol amore. E merda. Lei, il pensiero di lei mi gonfiava i testicoli. Volevo esploderle in pancia in petto in faccia la mia liquidezza cercando di amarla l’ho annegata. Il desiderio non ha schemi, viene da lontano e il suo impatto sulla terra è devastante.




Due   Il mio uomo era solo odore. Un odore di cavalli delle secche praterie delle nostre albe. Un cavallo fumante il mio uomo. Un cielo terso, drammaticamente grigio, una pianura giallo-morto e lui carne e vapore che mi prosciuga bagnandomi.




Uno   In cielo non v’è giudizio ma aria appoggiata ad altra aria che nulla attende,  se non l'occasione  per respirare. Un bacio è gradito al cielo.




Due   E scava e scava fintanto che non ti trovi sepolto da secoli, farti una doccia di petrolio e sorridere con i tuoi bei denti sudati.




Tre   Vi ho già raccontato di mia madre che un giorno venne al mondo…




Due   Cominciamo dai padri come vuole la ruvida tradizione.




Tre   Vi ho mai raccontato di mio padre che mi fu ottima madre




Uno   Dicci di tua madre.




Tre   Aveva un gran bel paio di baffi rossi e quella sua aria da poliziotto irlandese cavalcato da un bel paio di tette promettenti, mi commuovevano. Forse era didascalica, ma io l’ho amata molto. Molto da vicino. Non l’ho dovuta svitare. Era in formato famiglia.




Uno la donna è mobile la mamma è suppellettile, onirico proiettile di sottaciuta virtù.





mercoledì 10 novembre 2010

racconto due

Qui alla stazione di Pontremoli è settembre. Lo si capisce dalla carezza del vento, dalle tenui e nitide immagini: la pensilina, ancora quella della mia infanzia, verde decisa; il muraglione di fronte, argine al fiume di ferro che ci trasporterà in altri luoghi lasciando intatta la nostra sofferenza. Mia madre non c’è più, la pensilina si. Mio padre è ancora più lontano, è ormai verso l’oblio dei viventi che l’hanno conosciuto. Io sono il picco supremo, quello che per primo si sgretolerà piombando senza più forma a valle, e così lasciando alla pietra che segue tutto il vento e la luce.

Qui alla stazione siamo in pochi ad attendere un’onda che ci porti a La Spezia. Due arabi senza colpe con la colpa nella tasca, una coppia islamica: un lindo chador con antico viso appoggiato alla coscia del maschio fiero, incazzato e pulito che vede, che spera. La vecchia dalle mille rughe, e neanche una che sorrida. Dei ferrovieri dignitosi. Un vecchio galeotto vestito da bambino idiota dalla pelle liscia e la tomba tatuata sul braccio. Nessuno condivide, ognuno a contemplare la propria traiettoria persa nelle nebbie dei futuri e dei passati.

Il treno parte, non andiamo al rogo, non andiamo al paradiso. Le mie rughe non sorridono, qualcuna piange. Il bambino si dispera quando gli dici aspetta, oppure cerchi di parlargli del dopo, non ha ancora la visione del tempo, tanto meno del destino: e apre la bocca e urla, le sue labbra sono una O deformata dal dolore, le sue vocali sono l’urlo eschileo della immutabile tragedia dell’uomo. Si cambia. A La Spezia il treno è vario, si alza e si abbassa. Vado in alto, vorrei pulire i vetri, e vorrei tante altre cose. I vetri restano sporchi. Io piangerei. E arriva il mare nero e possente tra battere di ciglia di nera pietra. Non importa. La bellezza sfila incurante su tutti i demoni e fantasmi. E vince. Impietosa non ti raccoglie, sei tu che devi saltare su di lei. Lei… e gli attimi non si fermano, si ripetono. Carniglia altro battito di ciglia su scogli: frangono pazienti le onde. Il mondo è questo e quello. Ci inerpichiamo cercando di mettere nel sacco gli attimi incalzanti. Una camera, due camere, mille camere che intrecciano sogni e non prendono nelle loro braccia la vita che fugge impaurita. E piedi che poggiano, decisioni che muoino senza avere mosso la vita. Sconfitti sogni si abbassano e sfumano in quel nulla che è il mondo piangente, che piange anche quando sorride perché non dura. Anima stanca nella molle ricerca di un Dio sordo e lei muta. Il pulviscolo frizzante delle onde non dice nulla al disperato che si appoggia ovunque per parlare di sé perché d’altro non sa parlare. E raccontarsi è dare libertà a quegli attimi che non sei riuscito a inghiottire. Non conta chi sei ma gli attimi che hai vissuto in tutti i loro lati, nella forma esagonale. Altrimenti si rifà il giro. O ti consumi tutto o ti si ricicla. C’è una giustizia molto ecologica. Non amare è risparmiarsi per poi perdersi. In ogni viaggio che faccio so che tornerò fino a quando non avrò decretato la mia fine vivendo. Vivendo.

mercoledì 3 febbraio 2010

aroma di peperone

ho capito

di essere incompreso

di avere labbra per bere la tua sete

di fottere un sogno di nebbia

di ardere in scroscianti umori

 

mi amo come posso

e attorno c'è il nulla che è verità di latta

di tette che sorridono ora che possono farlo

 

mi apro in spiragli che

fuggono al vedermi

come punto interrogativo

 

mi convinco di vivere

di un unica grande scopata del mio cervello gravida

di memoria

 

io sono

tu sei

egli ci fotte si fotte

noi non esistiamo

in questo mondo giocattolo

se non presi a calci dal destino

simpatico mastino

 

il maschio è adorabile

il suo aroma di peperone

mi segue e io divengo lui

un unico foglio

sognato nel cestino

della carta bruciata

da passioni passate

e sosto nel cuore

vedendo il viola dei tramonti a venire

e

di fianco piango sul seno

guardiano del fuoco

m'impicco all'istante che nasce

m'acceco nell'amore

fumante

 

distante il corpo m'assale

di sordo languore

ed ecco che in

umidi spazi appare la

donna ladra d'amplesso

animale e carne addentata

e mani curiose su cose

uccelli a dibattersi per

vomitare amore

Marie mai fottute mi annunciano eterni dilemmi.

 

io lecco

tu lecchi

egli tossisce

noi fottiamo felici fin che amplesso  non ci separi

e la calda sera ci spegne

ancora fumanti

sabato 21 novembre 2009

delirinelloradelleombre

ho ritrovato un racconto scritto nel corso di una notte delirante, luogo oscuro e silente in cui rividi un'avvenimento importante -la morte di mia madre- tra veglia e sonno e non sapendo più a cosa ancorami mi misi a battere lettere parole e frasi che sempre umilmente tentano di descrivere immagini graficamente imprendibili. è passato il tempo necessario ad allontanare da me quel momento. in quella sequenza di lettere non vedo più nulla. o quasi. ho preferito non usare la moderata interpunzione della "virgola" considerandola vezzo del pensiero dello scrivente che ti vuol far percepire la pausa di senso. al delirio di ciò nulla importa.





È febbre. È notte. L’uomo di creta si sente più vicino alla pietra che scalda l’inferno. È un inferno solingo cintato la pietra incastonata nel primo sogno fatto in un tempo non qui.
è piccola e taglia è pesante come mille lune in un sacco di tela…
padre la vedi?
Son nel tuo letto c’è il sole io posso dormire…
Ma è qui l’uomo di creta di adesso. Incompiuto?

Buongiorno mio re…

Con gli occhi sbarrati per guardarsi da tutte le parti ma non nel fondo del pozzo dentro verso la pietra e sul ghiaccio si scivola e l’anima vaga un muro un quadro…

un quadro che piange… buongiorno mio…

i suoi anni vissuti impilati sul tavolo libri preziosi mai letti. sputa sulla copertina e strofina le mani son morbide le dita si spezzano.

Buongiorno mio principe…

un colpo di tosse di là fuori dalla prigione. Un bimbo non lui è giunto felice è salvo…

corri scappa la pietra è fottuta giù in me…

Un libro che cade volumi che tremano. Sagome attorno al letto non dicono sanno non muovono piangono… non…
Il libro… pomeriggio di un luglio un giorno preciso nel caos delle pagine macchiate di lacrime non qui ma sue l’anniversario di nascita di lei uno dei tanti uno dei pochi lei che porta un bimbo che giunge felice… non ora ma qui la pancia che batte tamburi non qui di là

ci sta nessuno? Si può entrare si può uscire?

È il primo meriggio i demoni girano in vespa. Telefono. –dimmi?- l’uomo non scritto. La madre di lui. – il misuratore di  pressione che t’ha dato tua sorella… l’hai tu?- l’uomo dai fili d’erba in bocca. I demoni passano col rosso del tuo sangue. –si, non so... non qui... ti serve subito-. La madre del l’uomo col volto pieno di erba e di sassi. – ma no… sai non so… forse ho rimesso un po’… non so più tardi se hai tempo…-

ma sopra di lei il tempo dov’è?

l’uomo di creta con erba sangue e sassi. –arrivo, fra un po’ -

ma sopra di lei il tempo dov’è?

- sei sicura vada tutto bene, si? Altrimenti arrivo subito… no? Sicura? La nipote è lì? Brava ... bene. A più tardi-. 

La creta dell’uomo si sfalda si scioglie i sassi negli occhi l’erba fra i denti. L’uomo è sordo si perde la sua creta è sorda si vince i suoi sassi son denti che ballano in bocca il sangue dov’è? Due ore un ora il silenzio non conosce tempo.

La madre sua ha sempre parlato lingue mute… oggi perché la creta assorbe un tanfo di nulla un tonfo la culla nei libri lontani…

ora è là che t’aspetta il sangue ti parla il sangue versato. Due ore un ora… telefono. Parole scritte. Bocche piagate. Ossa che suonan tamburi. Le parole dicono le parole non tacciono. La nipote è brava è buona ha chiamato alle ore… due ore un ora.. che cazzo le gambe non sente la sua voce

ma sopra di lei il tempo dov’è?

l’uomo con le scarpe di piombo. – nipote... brava... che c’è? Ospedale? -

Il sangue che esce di bocca il cuore che scappa di mano…

- ma come? Chi c’è? Tua mamma? -

Sorella accolga il cuore scappato di mano…

la sorella dell’uomo con le mani di ferro e il cuore di legno. –resta lì... le stanno facendo degli esami… tutto tranquillo… ha una paura boia… ma… ma… non è niente ti chiamo io quando siamo in reparto… nel reparto definitivo-. L’uomo di creta si dice d’accordo l’erba nelle orecchie il sangue in bocca il piombo tra i denti i sassi nel cuore nei piedi. All’anagrafe. Le faccie vere. Le loro fotografie in mano. Si nasce si vive si muore in carta oleata due etti di vita un chilo di morte…

ma sopra di lei il tempo dov’è nel piombo di scarpe mangiate…

telefono. Le parole dicono. Sorella e il cuore di legno.

Sorella accolga i nostri cuori scappati di mano…

-il suo cuore…-

Sorella accolga il nostri cuori scappati di mano…

All’anagrafe. Le faccie vere. Le loro fotografie in mano. –il suo cuore ha…- l’uomo di creta non ha foto in mano. L’uomo di creta ha il cuore in mano che scappa. –il suo cuore ha cessato di battere…-

il cuore non cessa di battere ti fugge di mano…sorella…all’anagrafe le loro faccie in terra il suo cuore in mano… due ore un ora… silenzio… non batte
l’uomo non riesce ad afferrare il cuore quel piccolo cuore impaurito che scappa. Non suo. L’uomo col cuore di creta di sassi di erba le scarpe di sangue non dice

clangore di facce che battono di foto che scappano…

attende che torni la donna dalla pancia di rugiada. Sorride la pancia sorride la faccia. L’uomo dalle lacrime di rugiada – è…- sorride la pancia la faccia rugiada.
Ospedale. Muri verdi. Corridoi intestini nel ventre della macchina umana. Sorella. Fratello. Un corpo disteso che scappa per caso.

Padre nostro accolga i nostri cuori scappati di casa…

la foto la faccia di un uomo che sbatte nei corridoi intestini e porta quel letto quel corpo le ruote… -domani… l’anello… è vostra madre? Condogl…- il corpo le ruote. Una stanza. Uno zio. Un medico. Una sorella che va. Un medico. –siamo spiacenti è accaduto improvvisamente… un banalissimo esame… di routine… vuole… procedere con… si… l’autopsia.. se vuole è suo di diritto… autopsia… -

autobahn moto con demoni grappoli di teschi che batton l’asfalto denti che graffiano lasciateci andare… ossa che piangono… lasciateci andare…

l’uomo di creta seccata. –no-. Corridoi intestini rigettano stracci di carne. L’uomo di creta è fuori nel sole che tace di luglio. Il figlio il biondo di marmo infuocato arriva. Le braccia l’odore di legno di barca.

Figlio nostro accolga i nostri cuori strappati dal vento…

rugiada e lacrime le braccia sicure.

pianto unghie denti… si cambia solamente di posto… figlio nostro sorregga i nostri occhi che cieco brandisco…

a casa. Che fu anche la casa dell’uomo di creta crepata. S’aggira tra odori profondi di gioco non più. Barcolla muto di fuori sordo di dentro non canta attraversa e barcolla sui sassi scivola sull’erba vola sul piombo cade sul sangue. Non suo non più.

Madre pietra incastrata nel cuore che batte sul piombo…