lunedì 14 novembre 2011

piscina vuota

è una scrittura che giace in un angolo, anzi sotto il tappeto con la meschina polvere. è un testo impossibile. non avrà mai fine, forse, se non quella ingloriosa di tanta carta nel mondo. essere divorato dal fuoco è il modo più onorevole di chiudere l'esistenza per un testo. il più umiliante, ormai quasi totalmente in disuso, è far da raccoglitore di sbavature escrementizie. sebbene con le pagine web l'operazione risulterebbe d'ardua riuscita, sento Piscina Vuota molto in sintonia con l'arcaica usanza. ho deciso di pubblicarne alcuni frammenti. la scena è il fondo di una profonda piscina vuota d'acqua dove tre esseri umani, Uno Due e Tre, attendono la morte per scarnificazione. nel mentre blaterano...
   

Tre   Prima di amarla l’ho svitata. Dal piedistallo. L’ho traviata. Pensando tutti i giorni alla carne soda. Goda. Mi ha sussurrato. Su un prato. Ma le mosche cantano e noi non le capiamo. Si appoggiano alla nostra pelle e noi le si scaccia, quando non le si schiaccia. Una mosca vuole sol amore. E merda. Lei, il pensiero di lei mi gonfiava i testicoli. Volevo esploderle in pancia in petto in faccia la mia liquidezza cercando di amarla l’ho annegata. Il desiderio non ha schemi, viene da lontano e il suo impatto sulla terra è devastante.




Due   Il mio uomo era solo odore. Un odore di cavalli delle secche praterie delle nostre albe. Un cavallo fumante il mio uomo. Un cielo terso, drammaticamente grigio, una pianura giallo-morto e lui carne e vapore che mi prosciuga bagnandomi.




Uno   In cielo non v’è giudizio ma aria appoggiata ad altra aria che nulla attende,  se non l'occasione  per respirare. Un bacio è gradito al cielo.




Due   E scava e scava fintanto che non ti trovi sepolto da secoli, farti una doccia di petrolio e sorridere con i tuoi bei denti sudati.




Tre   Vi ho già raccontato di mia madre che un giorno venne al mondo…




Due   Cominciamo dai padri come vuole la ruvida tradizione.




Tre   Vi ho mai raccontato di mio padre che mi fu ottima madre




Uno   Dicci di tua madre.




Tre   Aveva un gran bel paio di baffi rossi e quella sua aria da poliziotto irlandese cavalcato da un bel paio di tette promettenti, mi commuovevano. Forse era didascalica, ma io l’ho amata molto. Molto da vicino. Non l’ho dovuta svitare. Era in formato famiglia.




Uno la donna è mobile la mamma è suppellettile, onirico proiettile di sottaciuta virtù.





giovedì 18 agosto 2011

Parole 5


Uno


I passi corali

Di notte

Sui muri

Un coro di passi

Con stracci

Con unghie

Passi corali

Di chiodi

Di notti celesti

I passi sui muri

Sussulti

Silenzi

Brandelli di vita

Vita di stracci

Un coro di passi

Mi abbraccio a quel cuore

Che frana

Che freme

Imbuto la vita

Il fiore all’orecchio

Un coro di stracci.



Due


Acqua nel corpo

Danza nel ventre

Simili a fragili attimi non qui

Io e io tu e tu ramificati

Gocciolo gocciola venti soffiati non qui

Muoviamo le foglie già morte che vanno che stanno

sabato 4 giugno 2011

Parma 11 aprile 2000

È una storia d'amore intensa, resa eterna dal fascino del mito e della favola, forse la più famosa delle Trasformazioni di Apuleio, rivisitata in chiave moderna senza mai dimenticare l'antico.

È lo spettacolo Eros e Psiche, andato in scena da lunedì 10 aprile presso il teatro del liceo classico G.D. Romagnosi. La compagnia della scuola, con alcuni attori esterni è diretta da Umberto Fabi.

Lo spettacolo non è quello che ci si aspetta, il solito racconto mitico, un'interpretazione fedele di una favola che più o meno tutti conoscono. Sedie, banchi universitari e panneggi bianchi e rossi sono gli unici espedienti artistici. Con questo l'attore, Nicolò Pellegrini, gioca, scrive, è il suo scenario da cui entrare e uscire, ma anche la gabbia in cui dibattersi. Attore di cui e' facile riconoscenerne le capacita' artistiche, ma che in un primo momento sarebbe solo un narratore che introduce la vera e propria rappresentazione teatrale. Tuttavia, al contrario delle aspettative, il cast ci trasporta esattamente dove il libro del mito ci aveva lasciato, all’interno di una scenografia essenziale ma attentamente studiata, e' il teatro della semplicità.

Una semplicita' solo all'apparente che riesce a incantare, ricreando l'atmosfera ovattata di un sogno. Una semplicità che lascia spazio all'immaginazione: ciò che si dipana davanti ai nostri occhi non è che un gioco di luci e ombre, accompagnato da una voce suadente e a tratti umoristica ma le immagini ci sono, chiare e nitide, nella nostra mente.

Rimaniamo così suggestionati davanti alle scene più drammatiche che ripercorrono il pathos d’una storia d'amore intensa, tra il dubbio e la fiducia. Più drammatica diventa la scelta su cosa seguire, se l'amore verso un marito sconosciuto di cui non si conosce il volto, o il consiglio delle sorelle a cui Psiche e' legata indissolubilmente da un affetto familiare.

Sorelle ben rappresentate da Giulia Quintavalla, Elisa Maccari e Diana Pastarini che con ironia e comicità mettono in scena un altro sentimento, l'invidia, che pero' finisce con il portarle alla morte, tentando di prendere il posto di Psiche dopo aver provocato la divisione dei due amanti.

La tenacia e forza di Psiche, disposta a tutto per amore, per rimediare al suo terribile sbaglio si getta nelle braccia della dea della superbia, che la cerca pervasa dalla vendetta.

Il coraggio pero' viene sempre premiato e così ecco il lieto fine che immancabile rompe l'incanto e risveglia dal sogno.


Martyros


mercoledì 10 novembre 2010

racconto due

Qui alla stazione di Pontremoli è settembre. Lo si capisce dalla carezza del vento, dalle tenui e nitide immagini: la pensilina, ancora quella della mia infanzia, verde decisa; il muraglione di fronte, argine al fiume di ferro che ci trasporterà in altri luoghi lasciando intatta la nostra sofferenza. Mia madre non c’è più, la pensilina si. Mio padre è ancora più lontano, è ormai verso l’oblio dei viventi che l’hanno conosciuto. Io sono il picco supremo, quello che per primo si sgretolerà piombando senza più forma a valle, e così lasciando alla pietra che segue tutto il vento e la luce.

Qui alla stazione siamo in pochi ad attendere un’onda che ci porti a La Spezia. Due arabi senza colpe con la colpa nella tasca, una coppia islamica: un lindo chador con antico viso appoggiato alla coscia del maschio fiero, incazzato e pulito che vede, che spera. La vecchia dalle mille rughe, e neanche una che sorrida. Dei ferrovieri dignitosi. Un vecchio galeotto vestito da bambino idiota dalla pelle liscia e la tomba tatuata sul braccio. Nessuno condivide, ognuno a contemplare la propria traiettoria persa nelle nebbie dei futuri e dei passati.

Il treno parte, non andiamo al rogo, non andiamo al paradiso. Le mie rughe non sorridono, qualcuna piange. Il bambino si dispera quando gli dici aspetta, oppure cerchi di parlargli del dopo, non ha ancora la visione del tempo, tanto meno del destino: e apre la bocca e urla, le sue labbra sono una O deformata dal dolore, le sue vocali sono l’urlo eschileo della immutabile tragedia dell’uomo. Si cambia. A La Spezia il treno è vario, si alza e si abbassa. Vado in alto, vorrei pulire i vetri, e vorrei tante altre cose. I vetri restano sporchi. Io piangerei. E arriva il mare nero e possente tra battere di ciglia di nera pietra. Non importa. La bellezza sfila incurante su tutti i demoni e fantasmi. E vince. Impietosa non ti raccoglie, sei tu che devi saltare su di lei. Lei… e gli attimi non si fermano, si ripetono. Carniglia altro battito di ciglia su scogli: frangono pazienti le onde. Il mondo è questo e quello. Ci inerpichiamo cercando di mettere nel sacco gli attimi incalzanti. Una camera, due camere, mille camere che intrecciano sogni e non prendono nelle loro braccia la vita che fugge impaurita. E piedi che poggiano, decisioni che muoino senza avere mosso la vita. Sconfitti sogni si abbassano e sfumano in quel nulla che è il mondo piangente, che piange anche quando sorride perché non dura. Anima stanca nella molle ricerca di un Dio sordo e lei muta. Il pulviscolo frizzante delle onde non dice nulla al disperato che si appoggia ovunque per parlare di sé perché d’altro non sa parlare. E raccontarsi è dare libertà a quegli attimi che non sei riuscito a inghiottire. Non conta chi sei ma gli attimi che hai vissuto in tutti i loro lati, nella forma esagonale. Altrimenti si rifà il giro. O ti consumi tutto o ti si ricicla. C’è una giustizia molto ecologica. Non amare è risparmiarsi per poi perdersi. In ogni viaggio che faccio so che tornerò fino a quando non avrò decretato la mia fine vivendo. Vivendo.

mercoledì 3 febbraio 2010

aroma di peperone

ho capito

di essere incompreso

di avere labbra per bere la tua sete

di fottere un sogno di nebbia

di ardere in scroscianti umori

 

mi amo come posso

e attorno c'è il nulla che è verità di latta

di tette che sorridono ora che possono farlo

 

mi apro in spiragli che

fuggono al vedermi

come punto interrogativo

 

mi convinco di vivere

di un unica grande scopata del mio cervello gravida

di memoria

 

io sono

tu sei

egli ci fotte si fotte

noi non esistiamo

in questo mondo giocattolo

se non presi a calci dal destino

simpatico mastino

 

il maschio è adorabile

il suo aroma di peperone

mi segue e io divengo lui

un unico foglio

sognato nel cestino

della carta bruciata

da passioni passate

e sosto nel cuore

vedendo il viola dei tramonti a venire

e

di fianco piango sul seno

guardiano del fuoco

m'impicco all'istante che nasce

m'acceco nell'amore

fumante

 

distante il corpo m'assale

di sordo languore

ed ecco che in

umidi spazi appare la

donna ladra d'amplesso

animale e carne addentata

e mani curiose su cose

uccelli a dibattersi per

vomitare amore

Marie mai fottute mi annunciano eterni dilemmi.

 

io lecco

tu lecchi

egli tossisce

noi fottiamo felici fin che amplesso  non ci separi

e la calda sera ci spegne

ancora fumanti

sabato 21 novembre 2009

delirinelloradelleombre

ho ritrovato un racconto scritto nel corso di una notte delirante, luogo oscuro e silente in cui rividi un'avvenimento importante -la morte di mia madre- tra veglia e sonno e non sapendo più a cosa ancorami mi misi a battere lettere parole e frasi che sempre umilmente tentano di descrivere immagini graficamente imprendibili. è passato il tempo necessario ad allontanare da me quel momento. in quella sequenza di lettere non vedo più nulla. o quasi. ho preferito non usare la moderata interpunzione della "virgola" considerandola vezzo del pensiero dello scrivente che ti vuol far percepire la pausa di senso. al delirio di ciò nulla importa.





È febbre. È notte. L’uomo di creta si sente più vicino alla pietra che scalda l’inferno. È un inferno solingo cintato la pietra incastonata nel primo sogno fatto in un tempo non qui.
è piccola e taglia è pesante come mille lune in un sacco di tela…
padre la vedi?
Son nel tuo letto c’è il sole io posso dormire…
Ma è qui l’uomo di creta di adesso. Incompiuto?

Buongiorno mio re…

Con gli occhi sbarrati per guardarsi da tutte le parti ma non nel fondo del pozzo dentro verso la pietra e sul ghiaccio si scivola e l’anima vaga un muro un quadro…

un quadro che piange… buongiorno mio…

i suoi anni vissuti impilati sul tavolo libri preziosi mai letti. sputa sulla copertina e strofina le mani son morbide le dita si spezzano.

Buongiorno mio principe…

un colpo di tosse di là fuori dalla prigione. Un bimbo non lui è giunto felice è salvo…

corri scappa la pietra è fottuta giù in me…

Un libro che cade volumi che tremano. Sagome attorno al letto non dicono sanno non muovono piangono… non…
Il libro… pomeriggio di un luglio un giorno preciso nel caos delle pagine macchiate di lacrime non qui ma sue l’anniversario di nascita di lei uno dei tanti uno dei pochi lei che porta un bimbo che giunge felice… non ora ma qui la pancia che batte tamburi non qui di là

ci sta nessuno? Si può entrare si può uscire?

È il primo meriggio i demoni girano in vespa. Telefono. –dimmi?- l’uomo non scritto. La madre di lui. – il misuratore di  pressione che t’ha dato tua sorella… l’hai tu?- l’uomo dai fili d’erba in bocca. I demoni passano col rosso del tuo sangue. –si, non so... non qui... ti serve subito-. La madre del l’uomo col volto pieno di erba e di sassi. – ma no… sai non so… forse ho rimesso un po’… non so più tardi se hai tempo…-

ma sopra di lei il tempo dov’è?

l’uomo di creta con erba sangue e sassi. –arrivo, fra un po’ -

ma sopra di lei il tempo dov’è?

- sei sicura vada tutto bene, si? Altrimenti arrivo subito… no? Sicura? La nipote è lì? Brava ... bene. A più tardi-. 

La creta dell’uomo si sfalda si scioglie i sassi negli occhi l’erba fra i denti. L’uomo è sordo si perde la sua creta è sorda si vince i suoi sassi son denti che ballano in bocca il sangue dov’è? Due ore un ora il silenzio non conosce tempo.

La madre sua ha sempre parlato lingue mute… oggi perché la creta assorbe un tanfo di nulla un tonfo la culla nei libri lontani…

ora è là che t’aspetta il sangue ti parla il sangue versato. Due ore un ora… telefono. Parole scritte. Bocche piagate. Ossa che suonan tamburi. Le parole dicono le parole non tacciono. La nipote è brava è buona ha chiamato alle ore… due ore un ora.. che cazzo le gambe non sente la sua voce

ma sopra di lei il tempo dov’è?

l’uomo con le scarpe di piombo. – nipote... brava... che c’è? Ospedale? -

Il sangue che esce di bocca il cuore che scappa di mano…

- ma come? Chi c’è? Tua mamma? -

Sorella accolga il cuore scappato di mano…

la sorella dell’uomo con le mani di ferro e il cuore di legno. –resta lì... le stanno facendo degli esami… tutto tranquillo… ha una paura boia… ma… ma… non è niente ti chiamo io quando siamo in reparto… nel reparto definitivo-. L’uomo di creta si dice d’accordo l’erba nelle orecchie il sangue in bocca il piombo tra i denti i sassi nel cuore nei piedi. All’anagrafe. Le faccie vere. Le loro fotografie in mano. Si nasce si vive si muore in carta oleata due etti di vita un chilo di morte…

ma sopra di lei il tempo dov’è nel piombo di scarpe mangiate…

telefono. Le parole dicono. Sorella e il cuore di legno.

Sorella accolga i nostri cuori scappati di mano…

-il suo cuore…-

Sorella accolga il nostri cuori scappati di mano…

All’anagrafe. Le faccie vere. Le loro fotografie in mano. –il suo cuore ha…- l’uomo di creta non ha foto in mano. L’uomo di creta ha il cuore in mano che scappa. –il suo cuore ha cessato di battere…-

il cuore non cessa di battere ti fugge di mano…sorella…all’anagrafe le loro faccie in terra il suo cuore in mano… due ore un ora… silenzio… non batte
l’uomo non riesce ad afferrare il cuore quel piccolo cuore impaurito che scappa. Non suo. L’uomo col cuore di creta di sassi di erba le scarpe di sangue non dice

clangore di facce che battono di foto che scappano…

attende che torni la donna dalla pancia di rugiada. Sorride la pancia sorride la faccia. L’uomo dalle lacrime di rugiada – è…- sorride la pancia la faccia rugiada.
Ospedale. Muri verdi. Corridoi intestini nel ventre della macchina umana. Sorella. Fratello. Un corpo disteso che scappa per caso.

Padre nostro accolga i nostri cuori scappati di casa…

la foto la faccia di un uomo che sbatte nei corridoi intestini e porta quel letto quel corpo le ruote… -domani… l’anello… è vostra madre? Condogl…- il corpo le ruote. Una stanza. Uno zio. Un medico. Una sorella che va. Un medico. –siamo spiacenti è accaduto improvvisamente… un banalissimo esame… di routine… vuole… procedere con… si… l’autopsia.. se vuole è suo di diritto… autopsia… -

autobahn moto con demoni grappoli di teschi che batton l’asfalto denti che graffiano lasciateci andare… ossa che piangono… lasciateci andare…

l’uomo di creta seccata. –no-. Corridoi intestini rigettano stracci di carne. L’uomo di creta è fuori nel sole che tace di luglio. Il figlio il biondo di marmo infuocato arriva. Le braccia l’odore di legno di barca.

Figlio nostro accolga i nostri cuori strappati dal vento…

rugiada e lacrime le braccia sicure.

pianto unghie denti… si cambia solamente di posto… figlio nostro sorregga i nostri occhi che cieco brandisco…

a casa. Che fu anche la casa dell’uomo di creta crepata. S’aggira tra odori profondi di gioco non più. Barcolla muto di fuori sordo di dentro non canta attraversa e barcolla sui sassi scivola sull’erba vola sul piombo cade sul sangue. Non suo non più.

Madre pietra incastrata nel cuore che batte sul piombo…